Caso Thyssen: si apra riflessione sul valore della sicurezza

Caso Thyssen: si apra riflessione sul valore della sicurezza

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Una sentenza definitiva è infine giunta sul caso Thyssen.
Sette lavoratori persero la vita tra atroci sofferenze; oggi diversi ex dirigenti perdono la libertà rispetto a un passaggio disperato della nostra storia che, subito, si fece tragedia collettiva e ancora dolorosamente interroga chi qui resta.

Affinché questa vicenda non si cristallizzi esclusivamente negli scritti di un giudice, le parti datoriali e sindacali sono chiamate una volta di più a riflettere sul valore della sicurezza sul lavoro. A riflettere su quanto si stia concretamente facendo per evitare anche un solo nuovo infortunio, un danno permanente, un’altra famiglia distrutta. A riflettere su quale affidabilità abbiano poi certi burocratici controlli sulla sicurezza esercitati sui grandi gruppi economici da autorità moralmente responsabili pro quota.

Ebbene, la stessa Umbria, da molti anni, occupa il primo o il secondo posto quale regione per morti sul lavoro in rapporto agli occupati. Come mai?

I numeri di questa strage silenziosa sono certamente ben più ampi, ma non rientrano nelle statistiche ufficiali: pensiamo anche alle tipiche morti da inquinamento sul luogo di lavoro. A quelle per amianto. Pensiamo a quelle vite isolate e dunque spesso dimenticate, prematuramente perdute, sfinite su un lettino di ospedale, dove si era giunti con un filo di tosse che non andava via.

Ognuno di noi porta dentro una qualche forma di responsabilità, perché alcune dinamiche sono note da tempo. Non so se un tribunale, pur necessario, sia sufficiente a rendere giustizia alle tante, troppe morti bianche, visto pure quanto accaduto –ad esempio- sull’eternit di Casale Monferrato.

Tuttavia so che poco o nulla cambierà in assenza di un deciso scatto culturale che, solo, potrà arginare l’avanzata di quella deriva iperliberista e antiumana che porta lavoratori giovani e meno giovani a pagare, ancor oggi, uno scandaloso prezzo alla modernità: dalla morte civile e morale dei sottopagati a quella fisica dei caduti dentro e fuori la Fabbrica, vittime di un modello politico-economico che ha svenduto alti ideali di progresso al feticismo della merce, al consumismo patologico di massa, da tempo fine a se stesso.

Andrea Liberati,
Capogruppo M5S
Consiglio regionale Umbria

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